degenerazione di scambio

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morti.

Disclaimer: questo post è intriso di retorica.
Negli ultimi anni mi sono reso conto con ribrezzo di me stesso di quanto indifferente io sia diventato alla morte.
Forse è perché ne sentiamo parlare tutti i giorni, in tutte le salse. è diventata una cosa come un’altra. nei film, nei telefilm, al tiggì, su internet. morti.
45 morti in medioriente. esticazzi? terremoto nelle filippine. esticazzi? guerra civile in somalia. esticazzi? incidente mortale sulla A1. esticazzi? amy winehouse. esticazzi? steve jobs. esticazzi? marco simoncelli. esticazzi? terremoto in turchia. (lavatomi la coscienza con qualche sms per accertarmi che i familiari di alcuni amici turchi stanno bene) esticazzi?
perché per me la morte è diventata normale? perché non mi fa più effetto? e non è l’accettazione dell’essere mortale. nient’affatto. io vedo e credo nella morte degli altri, ma fino a prova contraria io sono ancora vivo, e per quanto ne so sono immortale. crederò alla mia morte solo se e quando morirò.
non mi stupisco molto di chi rimane senza parole per “la morte di un ragazzo di 24 anni sempre sorridente” e magari non sa neppure che in turchia c’è stato un terremoto devastante ieri mattina. ormai è nell’ordine delle cose, certi fatti toccano più di altri. una volta non ne capivo il motivo, ora lo intuisco.

certi avvenimenti sono evitabili. dare gas per rimanere in pista forse non è stata una grande idea. come non lo è stata quella di costruire edifici traballanti in una zona altamente sismica. a chi diamo le colpe delle morti “insensate”? c’è sempre qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa. la velocità, la nebbia, l’anidride carbonica, la società, il cancro, dio, gli squali, i virus, la società, marilyn manson. uno cerca di farsi delle ragioni, di capire. oppure semplicemente cambia lo status su facebook, sostituisce l’avatar apple con quello di una moto urlando il suo dolore al mondo e poi va a raccogliere la verdura su farmville, in attesa che schiatti un altro personaggio famoso con cui entrare in empatia.
Questa spettacolarizzazione del dolore e della morte mi scandalizzava anni fa. ora mi indifferisce del tutto. ho smesso di stupirmi del perché certi omicidi hanno più attenzione mediatica di altri. del perché 217 morti in turchia (per ora) hanno un quinto dello spazio in prima pagina della morte [fotosequenza] di un ragazzo [twitter] di 24 anni [il video, l’intervista] sempre sorridente [i vostri messaggi]. è semplicemente perché quei turchi non li abbiamo mai visti sorridere. eran solo poveracci estremisti che taglian le mani a chi ruba e uccidono le sorelle se scopano prima di sposarsi. se lo meritavano, il terremoto, forse.
in questi giorni di lutti continui la morte è diventata solo un nuovo status su facebook, una notizia che lascerà spazio ad un’altra notizia. e tutto scivolerà via tranquillo come al solito.
mentre scrivo queste righe seguo il lavoro, butto un occhio ai social network, mi perdo nei giochini, controllo la mail. scrivo di cose serie e nel frattempo faccio altro, intriso anche io nello stesso sistema che tanto critico.
forse avessi saputo chi fosse marco simoncelli, prima di ieri mattina, oggi sarei più scosso. forse se l’epicentro del terremoto fosse stato ad istanbul (dove ho amici) invece che nell’anatolia orientale sarei stato più toccato [avrei voluto scrivere “scosso”, ma c’è un limite anche al cinismo. o forse no.]

O magari è semplicemnte un meccanismo di difesa. la morte in prima pagina mi fa dimenticare quanto fa male la morte di chi conta per me. svilisce il lutto, intacca la memoria. e sono io il primo a non voler dare a tutte le morti lo stesso peso.
e allora, in un giorno in cui tutti ricordano un ragazzo di 24 anni sempre sorridente che è morto facendo ciò che lo appassionava, io ne ricordo altri due, Claudio Chiaudano (1974-2006) e Beppe Chiaf (1969-2011). la cui morte è passata sotto silenzio. voi probabilmente non li conoscete, ma esiste google. non sapete che amavano quello che facevano ed amavano la vita. non sapete quando e come ridevano. non sapete che sono morti facendo ciò che li appassionava. non sapete che sono morti troppo presto. non sapete cosa hanno provato i loro familiari, i loro amici. non sapete un cazzo.

kendine iyi bak.

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biscotti e cocacola

C’è stato un periodo della mia vita – neanche troppo lontano – in cui cenare con biscotti e cocacola mi sembrava un’idea tutto sommato plausibile.

era il periodo delle prìngols, della birra alla festa di liberazione, di paris hilton e le pisciate col sottofondo degli anthrax (forse qualcuno se lo ricorda, vedi qui e qui, tipo). Molte cose sono cambiate da allora, altre invece sono rimaste una costante attraverso gli anni: mi vesto ancora in modo inaccettabile (i jeans sono strappati sotto i talloni e le felpe col cappuccio mi amputano le mani), ascolto la stessa spazzatura di allora,  l’argento è diventato platino e l’ossido di nichel è diventata acqua. il mio telefono cellulare è ancora di marca Nocchia (lo so. questa marca non esiste. ma siccome più tardi ne riparlerò, non vorrei essere accusato di pubblicità occulta).

le associazioni di idee nascono in modo del tutto inaspettato e probabilmente le due notizie inutili più significative della settimana hanno avuto un peso non indifferente nella nascita di questo post.

la prima è una proposta di legge francese per la tassazione di bevande gasate e cibi schifezza. l’idea è di combattere l’obesità dilagante dissuadendo la gente dal comprare roba grassa e dolce. io la vedo così: per il governo, se sei ricco, sticazzi se diventi obeso; se invece sei povero, dato che la verdura e la frutta costano più della schifezza sovrattassata, mangia solo pasta (che sono carboidrati), così ingrassi uguale, ma almeno rompiamo il cazzo ai magrebini e ai turchi perché non compri più kebab.

per quanto mi riguarda, rispetto al periodo di biscotti e cocacola, mangio decisamente meglio e non bevo più di allora. a pranzo mangio spesso insalata (e kebab non più di una volta a settimana), mangio jogurt e frutta q.b., la sera perdo tempo a cucinare, cerco di non mangiare troppa pasta. Ieri sera una bistecca di filetto ai ferri con i pomodori, la sera prima orata con un filo d’olio e contorno di patate. Roba così. Eppure, rispetto ad allora, peso svariati chili in più: effetto rebound degli ultimi 20 anni senza fare sport. e non sono certo le 2 volte a settimana in cui vado a correre con Sadhanunu (da pochi mesi a questa parte) che magicamente mi rimetteranno in forma. Tutto ciò per dire: sì, bravi. Idea geniale, tempo 2 settimane e l’obesità sarà debellata!


La seconda notizia invece è dannatamente più seria. Prima di parlarne però, volevo sottolineare che sono sempre stato affezionato ai cellulari Nocchia. il mio primo telefono (che avevo ancora durante il periodo biscotti e cocacola) era di modello 3310. era perfetto. il cellulare migliore della storia. aveva 2 sole possibili funzioni: telefonare e inviare sms. schermo verde, scritte nere, grandi. essenziale, pratico, robusto. misura giusta, tasti che anche una persona con dita di dimensione normale riesce a schiacciare. quando cadeva rimaneva acceso e funzionante. e cadeva. spesso. l’ho mandato nel cimitero dei telefoni dopo 6-7 anni di onorato servizio, solo perché la batteria costava più di un nuovo Nocchia. che ho comprato. e che uso tuttora. da quasi 6 anni. Non chiedetemi il modello, non lo so. ma è come il 3310, unica differenza: schermo a colori e quando cade si smonta. ma lo riassembli e funziona di nuovo, a volte manco perde la data.

dei Nocchia ho sempre apprezzato la semplicità di utilizzo e la praticità (phone for dummies), in ogni situazione. Ma la cosa che mi aveva sempre sempre sempre fatto impazzire erano i toni. All’epoca del glorioso 3310, non c’erano suonerie polifoniche e il gattino che ti diceva “hai ricevuto un sms, idiota”. il tono di default degli sms era TATATÀ TÀTA TATATÀ. Punto punto punto linea linea punto punto punto. codice morse, preciso, geniale. esse emme esse. [lo so bene, perché all’epoca impazzivo per i giochi di enigmi online, e il morse era una di quelle cose che finivi per imparare a memoria. e qui mi immagino qualcuno che sorriderà al ricordo di quei tempi]. come se non bastasse c’era pure il tono di chiamata (non default), in morse pure quello, che diceva: “nocchia connecting people”. se non lo ricordate, basta che andate QUI e potrete crearvi un vostro ringtone morse in midi. e poi ovviamente c’era anche il famosissimo Nocchia Tune, quattro battute del Gran Vals del chitarrista spagnolo Francisco Tárrega, scritte nel 1902. Semplici. Orecchiabili. Musicali.

Perché questa premessa? la notizia è che la Nocchia ha ufficialmente un nuovo tono. c’è stato un concorso per la creazione del nuovo motivetto, e l’ha vinto un ragazzino italiano. Il suo pezzo è stato votato da milioni di… utenti. l’ho cercato per ascoltarlo, emozionatissimo per l’inizio di una nuova era Nocchia. con il cuore gonfio di emozione ho cominciato ad ascoltarlo. bellissimo, come una poesia Vogon. delicato, come una flatulenza dopo le lenticchie. semplice, come una sinfonia di succhi gastrici a stomaco vuoto. armonioso, come le unghie sulla lavagna. mi immagino il giovane tamarro, con il gatto di sua madre in braccio e un pc farcito delle peggio schifezze che la scena musicale offre al giorno d’oggi e anche al giorno di ieri. Lascia camminare il gatto sulla tastiera, in modo che selezioni campioni random che poi unisce alla cazzo. riascolta il “prodotto” e pensa “sì cioè ma tranzollo troppo pregio, tipo”. e lo manda alla Nocchia. e vince. la comunicazione sul sito Nocchia è QUI, dove potete anche vedere in faccia il genio. il link diretto all’mp3 invece è qui.  ho voglia di piangere.


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aguzzate la vista.

da piccolo ero fissato con la settimana enigmistica. tuttora, quando devo fare un viaggio medio-lungo in treno, la compro ancora con piacere. mi piace il layout, la carta. mi sembra che il tempo non sia passato. oggi tutto ciò che è carta stampata evolve, diventa pieno di colori e di interattività. viene fatto un restyling una volta all’anno per restare al passo coi tempi. la settimana enigmistica no. sempre la stessa, sempre lo stesso formato. un paio di vignette a colori ed è tutto. peccato che non diano più “20.000 lire per la barzelletta migliore”. all’epoca impazzivo per ‘sta cosa. 20.000 lire. un sogno di bambino.
è stato mio padre a insegnarmi i rudimenti dell’enigmistica. mi ricordo che mi mettevo con lui sul lettone e facevamo insieme “l’aneddoto cifrato”, oppure provavamo a risolvere i rebus. i miei giochi preferiti non sono cambiati, nel tempo. prime in assoluto le cornici concentriche, seguite dalle parole crociate senza schema e da “il bersaglio”. non è cambiato neppure l’ordine con il quale affronto la rivista di enigmistica che vanta il maggior numero di tentativi di imitazione: comincio a sfogliarla dall’inizio alla fine leggendo le vignette, le barzellette, le spigolature, il “forse non tutti sanno che” e risolvo il caso poliziesco. poi unisco i puntini e faccio “il confronto”. risolvo qualche rebus e -quando c’è- il corvo parlante. a quel punto se ho sonno comincio il sudoku e mi addormento. se non ne ho mi cimento con i miei suddetti giochi preferiti. una volta completati quelli, posso dedicarmi agli schemi classici di parole crociate. bartezzaghi (all’epoca era il padre), poi ghilardi e tutti gli altri.
l’unico gioco che ho sempre detestato, fin dagli albori, è “aguzzate la vista”. a tal proposito, ricordo che alle medie avevo il diario della “smemoranda”. sembra che non c’entri un cazzo, ma ora capirete. in tale agenda, sparsi qua e là c’erano articoletti e racconti di vari comici e personaggi famosi. ricordo in particolare un raccontino di daniele silvestri, in cui dissertava circa la sua incapacità di trovare le differenze che tutti sembrano notare nelle persone (colore, sesso, religione ecc.). Il raccontino cominciava proprio con “aguzzate la vista”, e lui lo descriveva come “un giochino sadico, in cui gli editori ti mettono di fronte a due vignette completamente identiche, invitandoti a trovare 25 differenze che in realtà non ci sono”. e ricordo che sorrisi, leggendolo, perché anche io mi ero sempre sentito preso in giro, davanti a quel giochino, che credo di non aver mai completato in vita mia.
comunque, perché questo post sulla settimana enigmistica, direte. beh, oggi ho aperto repubblica.it e mi è scappato l’occhio su un paio di gallerie fotografiche. entrambe rappresentano la festa di chiusura della campagna elettorale per il nuovo sindaco di milano, che si vota nel fine settimana. una è la festa di Pisapia, l’altra la festa della Moratti. ho estratto due foto dalle due gallerie, le metto senza commenti. aguzzate la vista. io, per la prima volta, di differenze ne vedo parecchie.

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mimetismo parte I

Questo è un post di alta utilità sociale. è il primo di una serie di capitoli che tratteranno il problema del mimetismo in alcuni ambienti specifici. A questo giro parlerò del mimetismo fonetico in terra francese.

che voi ci crediate o meno, sono tre anni e mezzo che vivo in francia, ma non so ancora parlare francese come ci si aspetterebbe. eppure, ho scoperto che per mimetizzarsi tra i francesi basta sfruttare qualche trucchetto. pur non conoscendo la lingua, una volta padroneggiati tali magheggi, vedrete che i mangiarane rimarranno affascinati dalla vostra capacità parola.

l’idea di questo post è nata da alcuni colloqui avuti con altri migranti, che hanno confermato le mie teorie.

Alcune regole generali.

1)   cercate di evitare parole con la R. la R italiana è inconfondibile, anche se avete la R moscia o tentate di fare R scaracchiata dei francesi siete tendenzialmente riconoscibili.

2)   Se non conoscete una parola, francesizzate la parola italiana corrispondente (meglio se utilizzate un sinonimo arcaico. Es. CASA —> sinonimo: MAGIONE —> francesizzato: MESÒN) 

3)   Parlate come se foste raffreddati e bresciani. Vale a dire che dovete pronunciare tutto nasale e con i suoni tipici della valle camonica œ e ü)

4)  La parola “truc”. è sostanzialmente il sostantivo del verbo “puffare”, lo potete usare come jolly in sostituzione di QUALSIASI parola. il che è dannatamente utile se come me avete un vocabolario ridottissimo.

5)   Utilizzate nel discorso alcune locuzioni chiave. Ora, questo è il punto chiave. Se imparate i modi di dire seguenti e li usate con naturalezza, tutti penseranno che se usate quelli, dovete per forza conoscere anche tutto il resto. [NB1: alcuni di questi contengono la lettera R. me ne scuso in anticipo, dovrete esercitarvi a trascinarla un pochino, ma le vocali in questo caso sono molto più importanti] [NB2: metto il modo di dire, tra parentesi quadre la pronuncia, poi la spiegazione con il contesto in cui usarla]

 

Ah bon? [a-bón?] Letteralmente “ebbene, buono?”, si usa solo come risposta incredula e significa “ah davvero?”. È il corrispondente del bresciano “delbù”, ma al contrario di quest’ultimo viene usato solo come interrogativo. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

C’est pas grave! [sèpagràv!] Letteralmente “ciò non è grave”. Viene usato per dire “non fa nulla, non importa” oppure anche “lascia perdere”. In particolare, se volete usarlo in questa seconda accezione, è preferibile utilizzare “Laisse tomber” [lèstombé], che non contiene R. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

C’est parti! [sèpartì!] Letteralmente “ciò è partito”. Viene usato dopo aver compiuto un’azione, o nel momento in cui ne si comincia una. acquista forza e viene più usato nelle situazioni in cui all’interlocutore non frega un cazzo della suddetta azione. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

C’est n’importe quoi [sènamportœquà] Letteralmente “ciò è non importa cosa”. Corrispondente del siciliano “la qualunque”, anch’esso intraducibile in italiano corrente. Viene utilizzato per dire “è una cazzata”, ma anche “è una cosa ridicola” o “è qualsiasi cosa”. Può anche essere utilizzato alla cazzo, senza un contesto. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Bah, franchement [baaaaa-franscmòn] Letteralmente “Ebbene francamente”. Urilizzato come intercalare rafforzativo, corrisponde a tutti i nostri avverbi “francamente, tendenzialmente, sostanzialmente” e alla locuzione “a mio avviso”. Va usato con intonazione di disappunto, anche se il concetto da esprimere  non lo richiede. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Bah écoute… [baaaa-ecùt…] Letteralmente “Ebbene, ascolta”. Viene utilizzato all’inizio della frase. Di ogni frase. Per introdurre il discorso. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Eh bah ouais! [abaaaa-ué!][abaué!]  Letteralmente “ebbene sì”. Espressione rafforzativa in risposta ad un’espressione di incredulità (tipo “ah bon?”). Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Mais non… [ménooooo] Letteralmente “ma no”. Viene utilizzata con espressione di disappunto quando (1) qualcuno dimostra di non aver capito un concetto che avete precedentemente espresso o (2) non volete credere alle vostre orecchie. Nel caso (2) è da pronunciare [ménò!] ed è un’ottima terza battuta al pregnante dialogo sopraespresso: “ah bon?” “ah bah ouais!” “mais non!”. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Ce n’est pas évident [sèpàevidœn] Letteralmente “ciò non è evidente”. Utilizzata per dire che qualcosa non è (1) facile o (2) banale o (3) evidente o (4) scontato. Utilizzabile anche riferito a luoghi, persone, animali. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

Oh merde! Putaine cela fait chier! [ómerd-œ! Putenfésciiiè!] Letteralmente “Ebbene, feci! Meretrice, ciò induce effetti lassativi!”. Unica e somma espressione di massimo disappunto francese, traducibile con una qualsiasi delle parolacce e locuzioni volgari italiane. Eccezioni: può essere usato anche come intercalare in qualsiasi momento.

 Ecco dunque un esempio di dialogo tra francesi realmente ascoltato in metropolitana:

“Bah écoute, t’a vu qu’elle à demenagé?”

“ah bon?”

“Eh bah ouais”

“mais non… bah franchement… ce n’est pas évident…”

“Eh bah ouais, c’est n’importe quoi.”

“eh bah ouais, merde. Putaine cela fait chier.”

“mais non, c’est pas grave.”

“Bon, c’est parti.”

Per questa volta abbiamo finito. Nel prossimo capitolo: mimetismo olfattivo tra i francesi. Compiti a casa per prepararvi: rifuggite il bidet come fosse il male assoluto ed evitate la doccia fino al prossimo post.

commissario Cluseau

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guerra e piselli.

lo so. è passato un sacco di tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. ma del resto, LUI (vedi QUI, QUO e QUA) non mangia più con noi e quindi il materiale scarseggia.
anche se, anche se…
di notizie ghiotte per scrivere un post goloso ce ne sono state a pacchi. solo nell’ultima settimana o quasi (in ordine sparso) posso citare il matrimonio (sur)reale, la beatificazione del papa polacco nel giorno dei lavoratori, il certificato di nascita di obama e il certificato di morte di osama, la pancia di carlà brunì, legittimi impedimenti a legittimi referendum, l’improvvisa emorragia cerebrale che ha colpito sposini (per soli 10 minuti non in diretta, altrimenti pensa che share!), l’italia che ripudicchiava la guerra ma bombardicchiava lo stesso la libia e chi più ne ha più ne metta.
in realtà non parlerò di nulla di tutto ciò.
questo post nasce da un pacchetto nella cassetta della posta. ché - come tutti sanno - è sempre un piacere trovare un pacchetto nella cassetta della posta, scartarlo pur conoscendone il contenuto, e sorridere nel vedere l’oggetto delle brame.

per scoprire di che si tratta si fa un salto indietro di una settimanella. pasquetta, altresì detta 25 aprile, giorno della liberazione. l’idea tra amici era di svaccarsi un po’ al parco, andare alla manifestazione di milano e tornare a svaccarsi al parco. in realtà non è andata esattamente così, però alla manifestazione ci siamo stati. ora, non vorrei entrare troppo nei dettagli del corteo. del fatto che M. e R. erano elettrizzati dalla presenza di Bersani, e con l’inganno han portato anche noialtri (per qualche frazione di secondo) al centro della festa dell’autoreferenziale ego piddino. non mi soffermerò sul fatto che furbescamente F.D. è scappato subodorando ciò che sarebbe accaduto. non mi soffermo sul clown tristissimo che cercava in tutti i modi di essere divertente, ma faceva solo pena. mi soffermo invece sull’incontro con un amico fino a quel momento virtuale, G., che finalmente ho avuto il piacere di conoscere dal vivo. dopo avermi umiliato pesantemente con il suo provetto giocolaggio a 4 palle, ci siamo messi a discutere come due vecchi ottantenni rincoglioniti sul fatto di essere due vecchi trentenni rincoglioniti. così, titillati dalla diavoletta A. sul fatto che in gioventù non abbiamo mai fatto una lista di cose da fare prima dei 30 anni, abbiamo convenuto che fosse giunta l’ora di compilare la lista di cose da fare prima dei 40. l’idea è abbastanza buona, facendola ora abbiamo ancora quasi 9 anni a disposizione e possiamo portarci avanti.
la lista l’ha tenuta A. sulla sua agenda, quindi dimenticherò sicuramente qualcosa. però quello che mi ricordo è:
- andare sull’orient express
- leggere guerra e pace
- vedere il taj mahal
- fare un viaggio per trovare sé stessi sul darjeeling limited
- imparare una nuova lingua non europea [tra le proposte: arabo, klingon, ungherese (sì lo so che l’ungheria è in europa cazzo, ma avete presente l’ungherese?), russo, giapponese]
- bere almeno un sorso della palinka di A.
tendenzialmente devo dire che a parte la palinka sono cose abbastanza fattibili, con un po’ di tempo, costanza, soldi e buona volontà. così, preso dall’impulso irrefrenabile di cominciare l’opera, appena tornato a casa ho chiesto a mia madre (donna di un certo spessore culturale) di prestarmi i suoi fantastici 4 tomi di guerra e pace edizione rilegata mondadori del 1966. è bellissimo, ti piacerà. io l’ho letto 4 volte (mater dixit).
non ero spaventato. sarei dovuto tornare nella terra dei mangiarane di lì a due giorni, quindi avrei avuto 5h di tempo per cominciare il primo tomo e portarmi avanti nella lista.
ecco.
è andata a finire che in quelle 5h sono arrivato a pagina 3. diciamo che con una media del genere, anche gli 8 anni e mezzo a disposizione non sarebbero esattamente abbastanza.
la conclusione alla quale sono arrivato, è che la traduzione mondadori del ‘66 letta oggi risulta un po’ pesantuccia. cioè, dialoghi del tipo conte swarowski (gradisce un cordiale?) per 4 tomi non li avrei retti. quindi, dato che sono malato di e-shopping, dopo aver confrontato prezzi e recensioni di varie edizioni, sono corso su amazon per ordinare un’edizione moderna, con una traduzione più scorrevole.
ecco, il pacchetto trovato oggi nella cassetta era guerra e pace. sono contento di aver qualcosa da leggere per i prossimi 8 anni e mezzo. fine.

oh, dimenticavo. il titolo del post. avessi scritto “guerra e pace” non l’avrebbe letto nessuno pensando fosse un post serio. e poi così posso mettere questa immagine bellissima:

guerra e piselli

sì vabbeh, avete ragione. forse era meglio un post sul culo di pippa middleton.


mmmh. ok. allora aggiungo un altro aneddoto di vita vissuta. dovete sapere che negli ultimi 3 anni ho raccolto millemila di punti del supermercato con un solo obiettivo. un i-pod. perché trovo immorale comprare un i-pod che costa una cifra solo perché è apple ed è figo, ma in realtà non ha nulla di meglio di altri lettori. quindi mi autogiustifico dietro un finto-regalo del supermercato. perché anche io voglio lo status symbol, ma voglio poter dire con aria radical chic “sì, ma l’ho vinto coi punti del supermercato, non l’ho mica comprato”. fatto sta che in febbraio, finalmente, avevo raggiunto la fatidica soglia. 11500 punti. milioni di euro al supermercato in cambio di un robetto di plastica. vabbeh. vado alla reception e ordino il mio regalo. “le arriverà a casa un buono in 2 settimane, poi viene qui a ritirare”. ok. aspetto 2 settimane. arriva il buono. torno al supermercato “eh, ma qui c’è scritto che deve ritirarlo all’ipermercato, qui in zona non ce ne sono. bisogna mandare indietro il buono con una lettera, aspettare 15 giorni e rifare l’ordine, menzionando esplicitamente il ritiro qui. sicuramente ha ordinato il regalo via internet, eh?”. “no. da voi fottuti stronzi e avevo chiesto 2 volte di poterlo ritirare qui.” qualche bestemmia più tardi la tipa prepara la lettera e mi dice che l’avrebbe spedita. si fa metà marzo, torno alla reception. chiedo di nuovo il mio i-pod in regalo. c’è un altro tipo. spiego quanto accaduto, lui mi sembra più sveglio. chiama il numero di servizio per la prenotazione regali. “mi dispiace, scorte esaurite. però il primo aprile esce il catalogo nuovo, quindi non è detto che i premi siano gli stessi”. altre bestemmie. per farla breve, aspetto il catalogo nuovo. chiaramente l’i-pod non c’è più. quindi, decido di cambiare ordine. con 2/3 dei punti necessari per l’i-pod, riesco dunque ad ordinare
- 1 stampante multifunzione (fotocopiatrice e scanner) hp
- 1 lettore tipo i-pod della philips (rinunciando quindi al mio status symbol, ma risparmiando un sacco di punti).
oggi, 2 maggio, a distanza di 2 mesi, riesco finalmente ad abbracciare uno dei miei regali del supermercato. la stampante. la porto a casa tutto contento, scopro con estremo piacere che ci sono pure le cartucce omaggio, la calibrazione della stampante funziona, l’installazione del software e dei driver pure, e nel momento di estasi suprema in cui il programmino di installazione guidata mi dice “ora puoi collegare il cavo usb dal computer alla stampante”, noto una scritta inquietante sul libretto delle istruzioni: CAVO USB NON COMPRESO, DA COMPRARE A PARTE.
true story.

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bonjour finesse.

volevo intitolare il post “pausa pranzo parte III”, ma non avrebbe reso l’idea. e poi LUI non c’entra, se non all’inizio.
il post è perché la finezza è donna. ne ho avuto la prova oggi, durante il pranzo.
comunque, per evitare LUI (vedi QUI e QUI), abbiamo deciso di trasferci in un altro edificio di nascosto per la pappatoria. con le nostre sportine in mano, lo incrociamo mentre stiamo per uscire. con la sua fottuta vocetta roca e il sorrisino irritante chiede “eheh siete invitati da qualche parte?”
articoliamo una risposta esauriente e dettagliata: “no.” e ce ne andiamo senza salutare.
viste le imminenti vacanze natalizie, la maggior parte degli animaletti che popola il centro di ricerca è già sparito o ne approfitta per sbroccare nei centri commerciali in cerca di una lampe berger per la zia, di uno scaldamuscolo di hello kitty per la nipotina o di un lecca lecca al gusto merda per il vicino di casa rompicoglioni: per farla breve, siamo in quattro. io e tre -ehm- donne.
ora, per rispetto nei confronti delle gentili donzelle protagoniste di questa simpatica avventura non farò nomi. c’era quella coi capelli sporchi, che in codice chiameremo Pane Carasau, c’era quella coi capelli finti, che in codice chiameremo Mo’ Me Ggiro ‘Na Sigaretta e infine c’era quella coi capelli finti, ma neri, che in codice chiameremo Jamme Ja.

[In realtà sono veramente dispiaciuto. avessi avuto una videocamera, questo pranzo sarebbe diventato più popolare di gemmadelsud su youtube, ma tant’è.]

tutto è cominciato da Pane Carasau. entra nella stanzetta, dove noialtri eravamo già appostati e annuncia solenne: scusate la puzza di merda, ma ora aprirò questo coso e ci sono uova sode. Il coso era un tupperware. una volta aperto il coso, un lezzo di uova sode si espande nella stanza e quindi, Pane Carasau, nella sua infinità dolcezza esclama: ma c’è davvero puzza di merda! non è che un topo mi ha cagato addosso?. Pane Carasau lavora coi topi. vabbeh, fin qui nulla di male, grasse risate e continuiamo a mangiare. a un certo punto sentiamo il rumore di una porta che si sta aprendo, cigolando. Pane Carasau mima l’inconfondibile piegamento laterale con sollevamento di un gluteo dell’atto scoreggiatorio (sì, lo so. la parola scoreggiatorio non esiste. esticazzi?). altre risate generali. sì, siamo bambini e ci divertiamo se qualcuno dice cacca pipì.
Arrivati quasi al momento del dolce, ci si pone il problema se il tiramisù al limone, preparato 5 giorni fa da Pane Carasau e conservato gelosamente in frigorifero, sia ancora buono. un’accesa discussione parte quindi tra le tre -ehm- donne e me, in cui le parole chiave si possono riassumere in “cesso” “squaretta” “spruzzo” “rischio” “riunione col capo”. questo simpatico argomento ricorda a Mo’ Me Ggiro ‘Na Sigaretta una barzelletta schifosa circa una non meglio precisata “vecchia strappona” (che andava per la maggiore quando aveva 11 anni), ma le altre due -ehm- donne chiedono gentilmente di non raccontarla subito perché stiamo ancora mangiando (Jamme Ja dixit se parla di sperma non la voglio sentire che mi fa schifo, Mo’ Me Ggiro ‘Na Sigaretta answerit non preoccuparti, è peggio).
visto che la barzelletta non viene raccontata e stiamo ancora mangiando, Pane Carasau decide di introdurre un nuovo ricchissimo argomento di discussione: oggi ho studiato un topo che si è cagato il culo! credevo fossero emorroidi ma non saprei, non ho mai visto topi con le emorroidi. un tumore non era. la discussione si anima. Jamme Ja dice che in caso di emorroidi a grappolo basta infilare un dito e respingerle su, io ridendo chiedo e poi cosa fai col topo infilato sul dito? una marionetta per tua nipotina?, Mo’ Me Ggiro ‘Na Sigaretta aggiunge ma poi come cazzo fai? con un buchetto del culo così piccolo a infilarci un dito?!?!?, Jamme Ja spiega ma no, parlavo di quelle umane!
l’argomento è talmente interessante che prosegue per 10 minuti buoni arricchito da varicoceli, vene varicose alle ovaie, cistiti pisciafoco e piscialamette, con picchi di lirismo inarrivabili quando si parla di sifilide e gonorrea.
per inciso, decidiamo di mangiare lo stesso il tiramisù (a proposito di sperma, ma non ricordo chi lo disse. comunque posso affermare con cognizione di causa che non ha avuto effetti collaterali) e Mo’ Me Ggiro ‘Na Sigaretta decide di raccontarci la barzelletta.
ce sta’ un tipo che se sta’ a scopà sotto e va in un bordello. se fa’ dà il menù de mignottone e prende la peggio strappona perché nun c’ha ‘na lira. sta qua sta proprio impicciata forte, quindi lui a fatica cerca di fare quello che deve fà! quando finalmente AVVIENE LA PENETRAZIONE con estrema fatica, la vecchia je dice: ‘mo’ che hai rotto la crosta, godite er pus!’
tornato in ufficio ho telefonato al CERN per un’importante comunicazione: lo zero assoluto. ce l’abbiamo fatta.

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esercizio di stile. una lettera. e non è la A.

caro amico, lo so che ci sei. per sei volte ho provato a scrivere una lettera, e con sei lettere poi scrivere un sacco di parole. parola ha sei lettere. e se ne sei consapevole sei già parecchio avanti. dunque, veniamo al dunque. fìdati solo di amici fidàti, di prìncipi con sani princìpi. quando vai a pèsca, mangiando una pésca, occhio all’amo, perché non amo quello che fai. lo so. mi odi quando mi odi dire certe cose, ma non devi essere ancòra legato ai tuoi pregiudizi come fossero un’àncora che ti butta a fondo. di fatto ciò che devi fare è continuare a lèggere, anche cose leggére, giusto per tenerti in esercizio. lo so, è una lotta ìmpari, ma se impàri non te ne pentirai.

questo è solo uno stupido esercizio (di stile), ma in quanto esercizio vende un bene, ed è un bene! perché la lingua che usi per fischiettare un’aria o per dar aria alla bocca è anche la lingua che parli e che val la pena di essere ricordata, perché, che tu lo voglia o no, siamo tutti condòmini di condomìni adiacenti, e la lingua è ciò che ci lega, fanculo alla lega.